BREVE RELAZIONE DI UN’ENTUSIASMANTE ESPERIENZA LAVORATIVA AI CONFINI DELL’EUROPA
Mercoledì 4 settembre; l’autunno era ormai alle porte, ciò nonostante, sembrava quasi che l’estate non volesse per nulla cedere il suo posto. Gli studenti di tutta Italia, ora più che mai, cercavano disperatamente di godersi gli ultimi istanti di libertà che avanzavano. Non di meno l’atmosfera che si percepiva a Brescia era identica al resto della penisola. Gli edifici, gli atri e i cortili scolastici erano pressoché deserti se non fosse stato per qualche sporadico segretario, un paio di insegnanti oppure alcuni temerari alunni che, per prepararsi al meglio, iniziavano già a frequentare corsi di aggiornamento. Qualcosa di insolito, fuori dal comune, innaturale, si stava però verificando al Liceo Copernico: di fronte al parcheggio principale si era radunata una composita folla; tanti studenti e altrettanti genitori si facevano largo tra i bagagli enormi. Chissà quale folle motivo li aveva condotti a darsi appuntamento di fronte a quell’edificio, che si sa essere spauracchio di ogni studente; la risposta? Un viaggio. Tuttavia, non si trattava di una semplice vacanza.
Da pochi anni il Liceo Copernico ha deciso di sperimentare un modo innovativo per garantire ai propri studenti un’esperienza lavorativa edificante, volgendo lo sguardo oltre i confini del nostro stato, ma soprattutto oltre i personali confini degli studenti. La giovane comitiva era infatti pronta a compiere un lungo viaggio verso Nottingham (UK), per vivere sulla propria pelle un modo diverso di fare alternanza scuola-lavoro. Ogni ragazzo, dotato di valigia, bagaglio a mano e tanta voglia di evadere attendeva con inquieta pazienza l’arrivo della navetta che avrebbe dovuto poi condurre il gruppo in aeroporto. Gli unici leggermente crucciati furono i loro genitori che, seppur condividendo la medesima emozione, trepidavano leggermente all’idea di sguinzagliare i propri figli non solo lontano da casa, ma al di là dell’Italia. Ma non dovevano preoccuparsi, perché in testa alla spedizione vi erano due valide insegnanti che, munite di valigia, pazienza e molto coraggio, si erano offerte come guide: le professoresse Domenica Bertolini e Francesca Chiapperini. Tutto era pronto, le insegnanti, i ragazzi (e forse anche i genitori) non aspettavano altro che l’arrivo del pullman. Dopo qualche minuto di attesa, si presentò all’appello anche il tanto atteso pullman. Una volta fermatosi, tutta la fiumana di studenti si apprestò ad avvicinarsi e dopo esser saliti eccolo partire spedito in direzione dell’aeroporto. Da lì, dopo aver ricevuto la benedizione dal dirigente scolastico Luciano Tonidandel, salirono sull’aeroplano e decollarono verso Londra. Trascorsi anche questi ultimi momenti, si era ormai giunti a destinazione, accolti da quelle che per le due settimane a venire sarebbero state le cosiddette host families.
Ora, qui, proprio in questo momento è doveroso anzi necessario sfatare un mito, una maldicenza per quanto riguarda l’alternanza scuola lavoro. A volte non sfugge l’occasione di udire tra i banchi di scuola cattivi commenti a riguardo. Gira infatti voce che in Italia gli studenti trascorrano il periodo di alternanza svolgendo mansioni umili e a volte inutilmente faticose, a tal punto che, a sentir loro sembra quasi sia più un’occasione di legale sfruttamento piuttosto che un’esperienza lavorativa. In realtà, anche in Inghilterra, la richiesta di olio di gomito era all’ordine del giorno. Non appena avvistata carne fresca italiana, i datori di lavoro inglesi, non ci pensarono due volte a spremerli come meglio potevano decidendo di destinarli a quei ruoli sì tanto importanti, ma non altrettanto amati. Fu davvero duro per loro, ma una cosa alla volta.
Il giorno successivo alla partenza fu dedicato al riposo, ma soprattutto all’orientamento in una nuova città, tra l’altro inglese, causa per cui ogni regola del codice stradale sembrava stravolta; per non parlare poi del sistema monetario a cui furono costretti subito a farci l’abitudine. Insomma, un vero e proprio paese delle meraviglie che però giorno dopo giorno si è imparato a conoscere, fino ad avere quasi sensazione di casa.
Solo il venerdì ogni studente fu assunto nel luogo preventivamente scelto dall’agenzia organizzatrice, e la folla venne scomposta, smistata in giro per la contea di Nottingham. Alcuni lavorarono in bar, caffetterie, ristoranti, altri furono assunti in charity shop, che noi italiani potremmo definire approssimativamente come “negozi dell’usato”. Sicuramente sarà cresciuta la curiosità riguardo i lavori che avrebbero dovuto rivestire. Rispondere non è difficile: facevano qualsiasi cosa il proprio gestore gli chiedesse di fare. C’era bisogno di appendere nuovi capi di abbigliamento? Subito. Era altamente necessario stirare un centinaio di vestiti? Pronto. Ascoltare con dolorosa cura le insopportabili lamentele dei clienti più anziani riguardo il meteo inglese? Eccolo sempre a disposizione. Che dire, furono a tutti gli effetti i factotum del negozio.
Oltre all’aspetto prettamente pratico delle mansioni cui sono stati adibiti, concorre nel ricordo dell’esperienza quello più umano e di crescita: entrare a contatto con una realtà così diversa ha sicuramente messo gli studenti di fronte a difficoltà da superare, ma al contempo ha saputo essere occasione per imparare a trovare proprie strategie per ovviare questi ostacoli, a partire dai più piccoli.

Mentre gli studenti, divenuti ormai provetti lavoratori, trascorrevano il loro tempo alla mercé dei datori di lavoro, le professoresse non rimasero certo con le mani in mano. Ebbero infatti l’occasione di esplorare la contea, e dopo averla girata in lungo e in largo in ogni suo punto cardinale, ormai la conoscevano meglio degli atri del Copernico a tal punto che si avviò in loro un’evoluzione: da normali professoresse si trasformarono pian piano in guide turistiche. Non vi era speranza per i poveri ragazzi di godersi il weekend sotto le coperte o di errare a zonzo per il centro storico, in quanto vigeva l’imperativo categorico: “Se non al lavoro o con la famiglia o con le insegnanti”. Di conseguenza se la settimana veniva dedicata al puro lavoro, il sabato e la domenica tanto desiderati si trasformavano in giornate riservate alle mete culturali. Ebbero in tal modo l’occasione di ammirare splendidi parchi come quello di Wollaton, immenso spazio verde caratterizzato dalla magnifica presenza dei cervi, o di visitare la dimora di Lord Byron, o ancora, di ammirare la piccola, ma caratteristica cittadina di Lincoln con la sua splendida cattedrale e la sua imponente fortezza. Bisogna anche ammettere che furono concesse loro molte libertà, per poter scoprire gli angoli nascosti della città, sviluppando un certo senso di autonomia; e loro di certo non se ne lasciarono sfuggire neanche una: riuscirono ad approfittarne, partecipando alacri alle attività proposte dalla città di Nottingham e formando un legame coeso anche tra loro, così da poter vivere un’esperienza a 360 gradi, sia sul piano delle competenze e abilità, che su quello più umano e relazionale. Gustare un Fish and Chips in un autentico pub inglese è di certo un’occasione da non perdere, soprattutto in compagnia di nuovi amici e vecchi compagni di banco.
Per concludere, come giudicare questa esperienza? Fra alcune menti molto creative e particolari non è raro il pensiero secondo cui l’alternanza scuola-lavoro sia stata organizzata dallo Stato per incentivare gli studenti nel loro percorso di studi. D’altronde, dopo che un giovane viene spremuto fino al midollo, farebbe di tutto, anche studiare pur di evitare un’altra giornata di fatiche. Simpatica questa ipotesi, non c’è che dire, e tutto sommato ci piace crederla vera. È probabile che talvolta, spesso verso sera, una volta conclusa l’ennesima giornata di lavoro, noi ragazzi che abbiamo frequentato il periodo di alternanza a Nottingham avessimo per la mente questo presentimento. Ma è anche vero che oltre a questo si agitassero per la testa molte altre sensazioni, più intense. Ad esempio durante i primi giorni erano protagonisti sentimenti come smarrimento, disagio e imbarazzo, provati ogni volta che ci si doveva orientare nella nuova città governata da regole per noi ancora assurde, oppure percepiti quando nascevano delle incomprensioni linguistiche e si creavano situazioni di totale caos. Ma con il trascorrere del tempo queste sensazioni negative iniziarono a sbiadire cedendo il proprio posto ad altre emozioni più solari: come la gratificazione che si prova dopo che si riesce a sostenere una conversazione in un’altra lingua quasi come se fosse la nostra o la soddisfazione che si sente nel momento in cui si è finalmente in grado di ambientarsi in una realtà fino a quel momento sconosciuta; per non parlare del pizzico di nostalgia che sale in groppa alla gola quando giunge il momento di rientrare in Italia, dovendo abbandonare quel luogo divenuto ormai baule di piacevoli ricordi.
Dunque, senza perderci in stravaganti teorie, pensiamo che, dopo tutto quello che abbiamo passato, nel momento in cui si riescono ad affrontare di petto e senza timore i problemi che si incontrano per via, e soprattutto quando si è in grado di guardare agli errori passati senza vergogna e perché no, con un pizzico di ironia, allora si sarà compiuto un passo in avanti nella strada verso la maturità. Certo è vero, forse non abbiamo lavorato al fianco di ingegneri, medici o avvocati, ma non possiamo di certo affermare sia stata un’esperienza sterile, in quanto ci ha insegnato a guadagnare quel senso di consapevolezza e fiducia nelle nostre capacità di cui abbiamo sempre bisogno.
Perché, dopo tutto, come possiamo prevedere la nostra futura vocazione lavorativa, se prima non diventiamo padroni di noi stessi?
Camilla Pelizzari 4A, Gaia Vettore 4L e Gabriele Geroldi 5O

Cosa dicono i genitori?
Esperienza entusiasmante quella effettuata a Nottingham da 43 studenti del “Liceo Scientifico Copernico” di Brescia: dal 4 al 18 settembre 2019, due settimane di alternanza scuola lavoro presso L’Accademia di Nottingham. Convinta della necessità assoluta delle lingue straniere, in particolare della lingua inglese, ho molto caldeggiato la partecipazione di mia nipote Sara a questa iniziativa proposta dalla scuola. Mi sono accorta subito, al momento del suo ritorno, che l’esperienza aveva lasciato un tangibile segno. A parte l’entusiasmo di Sara per esperienze diverse, l’ho vista molto sicura e rafforzata nelle proprie capacità di relazione con il “nuovo”. Per sua stessa ammissione, dopo un paio di giorni di disagio, qualcosa è cambiato ed ha iniziato a parlare in modo sempre più naturale con i ragazzi dell’Accademia. In questo percorso è stata agevolata dalla presenza di un’ottima tutor, Linda Walker, e dal lavoro svolto in accademia in cui era coinvolta fattivamente in attività sociali. Ottimo è stato anche il rapporto con la famiglia ospitante che, fin dal primo momento, ha saputo capire le sue iniziali difficoltà e l’ha aiutata a superarle brillantemente. L’organizzazione è stata impeccabile e il coinvolgimento delle professoresse tutor, Bertolini Domenica e Chiapperini Francesca, sempre presente e discreto. Alla luce di tutto questo, spero che Sara ed altri numerosi allievi possano ripetere questa esperienza che, indipendentemente dal possibile miglioramento della disciplina “lingua inglese”, concorre decisamente alla maturazione personale e alla acquisizione di competenze trasversali determinanti per la futura vita lavorativa.
Nadia, zia di Sara 4M

Nostro figlio, studente del Liceo Copernico, quest’anno ha scelto il progetto di alternanza scuola lavoro all’estero (Nottingham), in parte grazie ai giudizi positivi degli amici che già vi avevano partecipato l’anno scorso e in parte per nostro caldeggiamento. Il giorno della partenza tutti i timori e le preoccupazioni per questa esperienza si leggevano chiaramente sul volto di nostro figlio, il quale è salito, triste e pensieroso, sul pullman pieno di studenti a lui sconosciuti. I ragazzi, sistemati in famiglia, hanno vissuto 15 giorni impegnati in attività lavorative in diversi ambiti (attività ristorative o negozi dell’usato) nelle quali, il costante contatto con personale e clienti, non solo ha favorito il miglioramento della padronanza linguistica, ma ha anche contribuito alla loro crescita personale, trovandosi a dover gestire i rapporti personali nel mondo lavorativo e la loro autonomia nel mondo esterno, lontani dalla vita tranquilla di casa. In pochi giorni nostro figlio, durante i contatti telefonici, già esprimeva entusiasmo e soddisfazione per tutto quanto stava vivendo e scoprendo: vita in famiglia, lavoro, nuove amicizie, attività e visite nel tempo libero. Personalmente, ringraziamo le professoresse accompagnatrici che hanno subito conquistato la fiducia di nostro figlio, contribuendo alla realizzazione di un’esperienza di crescita per lui fondamentale.
Grazie di tutto!!
Claudia e Marco genitori di Lorenzo 5G

Il soggiorno a Nottingham è stata un’esperienza lavorativa e di vita molto positiva che spero venga riproposta.
Ho iscritto mio figlio, contro la sua volontà, a partecipare allo stage all’estero con l’intento principale di spronarlo ad uscire dalla sua “comfort zone” e a provare un’esperienza di vita diversa che lo mettesse alla prova dal punto di vista caratteriale ed emotivo.
Ritengo che i ragazzi alla loro età abbiano bisogno di confrontarsi con situazioni nuove e lontane dalla loro quotidianità per trovare nuovi stimoli ed allargare i loro bagagli culturali.
Dal punto di vista lavorativo, penso sia stata un’ottima opportunità rispetto ad uno stage effettuato in Italia, ovviamente per la pratica della lingua straniera ma soprattutto perché i ragazzi hanno potuto concretamente entrare nel mondo del lavoro.
Personalmente, seguo ragazzi durante lo stage presso l’azienda dove lavoro e riscontro spesso apatia e disinteresse proprio perché non vengono esposti in prima persona ad assumersi responsabilità.
Ringrazio le professoresse che si sono rese disponibili ad accompagnare i ragazzi e che sono riuscite a trasmettere agli studenti la passione per quello che fanno e lo stimolo ad affrontare la vita in modo costruttivo.
Barbara mamma di Lorenzo 4L